«Annali di architettura», n. 8, 1996

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Micheal Bury A Newly-Discovered Architectural Treatise of the Early Cinquecento: the Codex of Antonio da Faenzapp. 21 - 42.

Questo articolo è il risultato della prima valutazione di un manoscritto italiano del primo Cinquecento scoperto a Londra nel 1991. Il volume si presenta come un codice in folio di 122 pagine comprensive di testo e di circa 640 disegni. Il contenuto riguarda un'ampia gamma di argomenti, inclusa l'aritmetica, la geometria, l'ottica, la prospettiva, la nascita delle lettere gotica e romana, la composizione di colori e vernice e, cosa molto probabilmente più interessante, l'architettura. La sua compilazione può essere datata con ragionevole approssimazione tra il 1516 e il 1526. In base agli indizi relativi all'autore del Codice si è giunti alla conclusione che esso debba essere attribuito al pittore, architetto e ingegnere Antonio di Domenico (alias Mazzone) de' Liberi da Faenza. Il Codice fu venduto dagli eredi di Antonio in seguito alla sua morte avvenuta nel 1535, ma la sua esistenza era già nota al notaio e storico locale faentino Bernadino azzurrini (1542-1620). Sia gli indizi che le annotazioni all'interno del codice sono definitivi per l'attribuzione. La carriera di Antonio da Faenza come pittore e architetto è stata già studiata e definita. Le sue prime opere documentate (ora perdute) si trovano a Velletri (Lazio) e sono datate 1509-13. Dal 1513 alla fine degli anni venti del Cinquecento si trasferì nelle Marche dove lavorò come pittore. Dipinse le porte dell'organo per la basilica di Loreto e pale d'altare per numerose cittadine come Montelupone, Cingole e Norcia in Umbria. Lavorò anche come architetto militare nelle Marche e, alla fine della sua vita, gli venne commissionata la costruzione del campanile per la sua città natale, Faenza. Si afferma che i suoi dipinti, dei quali solitamente la parte più interessante è rappresenta dagli sfondi architettonici, attestino una profonda conoscenza di Raffaello, con il quale si pensa possa aver avuto contatti di lavoro nel periodo precedente al suo spostamento nelle Marche. Le origini del codice devono essere cercate nel periodo di permanenza marchigiana di Antonio. Una fonte attendibile rivela che a Montelupone studiò con un dotto francescano chiamato Antonio di Giovanni Innocenzo da Camerino. Pare che il frate avesse composto per lui un libro sulla scienza della prospettiva e gli avesse spiegato le posizioni di John Peckham sull'ottica. Sempre a beneficio dell'artista avrebbe interpretato l'architettura di Vitruvio, i più acuti teoremi di geometria e aritmetica e perfino alcune delle idee di Aristotele importanti per la pittura. Ricerche effettuate nell'Archivio di Stato di Macerata hanno dimostrato che, in anni importanti per la formazione di Antonio da Faenza, un certo Giovanni Antonio di Giovanni Innocenzo da Camerino era Rettore del monastero di San Francesco a Montelupone e commissario generale del ministro provinciale francescano per la Marca di Ancona. È stato anche possibile dimostrare che quest'ultimo ebbe contatti con Antonio da Faenza, tramite la commissione di una pala d'altare. La stessa analisi del codice recentemente scoperto ha rivelato quanto strettamente il suo contenuto rispecchi ciò che l'artista afferma di aver imparato dal francescano. Una traduzione della Perspectiva Communis di Peckam ne forma una parte, seguita da una sezione sulla prospettiva pittorica, probabilmente quel “libro della scienza prospettiva” che, dicevamo, era stato scritto appositamente per il pittore. Nel saggio viene poi esaminata nel dettaglio la sezione architettonica del Codice. Si tratta di una esposizione illustrata dei principali temi contenuti nel De architecura di Vitruvio, dal III al IV libro. Antonio da Faenza inizia la sezione con gli ordini architettonici, parlando del dorico, dello iconico, del corinzio e del toscano. Utilizza un metodo sistematico per ciascuno di essi, iniziando dalle colonne e procedendo poi con i capitelli, le vasi, i piedistalli e infine le trabeazioni. Continua con pagine dedicate ad aspetti della composizione e della sintassi, includendo l'entasi e progetti di porte e di finestre per ciascun ordine, fino a illustrare le diverse tipologie di edifici: fori, basiliche, case, templi, teatri, archi ecc. Il Codice illustra le idee di Vitruvio sull'argomento e, nel contempo, assembla una varietà di soluzioni dalla pratica antica e da quella moderna. Antonio è disposto a criticare Vitruvio e ad accettare esempi che contraddicano i suoi consigli. Fa grande uso di esempi di opere di architetti moderni che considera affini allo stile all'antica, rivelando in tal modo la sua buona conoscenza degli edifici di Bramante e di Antonio da Sangallo il Giovane. L'approccio di Antonio da Faenza è assolutamente non dogmatico. Riconosce la necessità del “giudizio” e ammette forme o tipologie sulla base della loro grazie e bellezza, a condizione che osservino ciò che reputa le regole generali dell'architettura. Sono proprio queste regole generali quelle che intende rivelare attraverso la serie di esempi illustrati. L'atteggiamento di Antonio nei confronti dell'Antico è stato paragonato a quello di Raffaello e della sua cerchia; non sembra, però vi siano precise linee di derivazione che leghino i disegni del codice a modelli di Raffaello. Vi sono senza dubbio interessanti relazioni con gli scritti del francescano Luca Paciolo e di Fra Giocondo e, considerandolo come un trattato di architettura scritto negli anni attorno al 1520, può dimostrare di marciare al passo con i tempi, Infine, se il Codice sia stato pensato come un unicum oppure se sia costituito da parti distinte è un punto ancora tutta da chiarire. Ad un certo punto, verso la fine della sezione sull'architettura, Antonio si riferisce al “nostro prescripto tractato”. Sfortunatamente vi sono poche dichiarazioni generali che possano aiutare a spiegare quali fossero esattamente le intenzioni dell'autore. Allo stato presente delle conoscenze, quindi, non si possono trarre conclusioni definitive su questo punto. Alla fine del codice sono annesse due appendici: la prima è una dettagliata descrizione della composizione fisica del codice e del suo contenuto, l'altra è una trascrizione dell'inventario dei beni di Antonio, compilata dopo la sua morte nel 1535.