«Annali di architettura», n. 29, 2017

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Alessandro Spila Palladio e Antonio da Sangallo il Giovane sul grande tempio del Quirinalepp. 135 - 142.

Lo studio dell’antico rappresenta certamente il principale punto d’incontro fra Palladio e la cultura architettonica romana di metà Cinquecento. Fra i monumenti oggetto di particolari attenzioni vi fu senza dubbio il grande complesso di rovine sul Quirinale. Il “tempio di Giove” spicca nel Quarto libro per l’elevato numero di incisioni. Sei tavole come per il foro di Nerva e la Maison Carré a Nîmes, superati soltanto dal Pantheon (10 tavole) e dal tempio di Marte Ultore (7 tavole). Nei primi decenni del secolo era prevalsa l’identificazione di tale struttura nel palazzo di Mecenate, la cui celebre ricostruzione di Giuliano da Sangallo, tramandata dal trattato di Serlio, rappresentava la base di ogni ulteriore studio. A partire dai primi anni Quaranta tuttavia, l’avvio di una massiccia spoliazione di marmi dai ruderi di Monte Cavallo per l’edificazione di palazzo Farnese fornisce nuovi elementi di studio sui cui Antonio da Sangallo il giovane e lo stesso Palladio sembrano confrontarsi, da non escludere in modo diretto. In base al raffronto fra i noti disegni dei due architetti relativi a questo soggetto e forse riferibili per entrambi a quegli stessi anni, l’intervento analizza le differenti ipotesi ricostruttive, concentrando le osservazioni sulle particolari modalità di approccio alla lettura degli elementi architettonici rilevati nonché sui differenti esiti ricostruttivi, alla luce di possibili riscontri con altri prototipi antichi e con l’opera di Vitruvio. Accanto all’identificazione di una possibile tipologia, dallo studio del tempio sembrano altresì emergere per ambedue alcuni significativi elementi d’ispirazione per la progettazione del nuovo.