«Annali di architettura», n. 29, 2017

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Hubertus Günther L’ordine tuscanico in Antonio da Sangallo e Palladiopp. 91 - 100.

L’ordine tuscanico in Antonio da Sangallo e Palladio Ad autorizzare un confronto fra la concezione dell’opera tuscanica nei due architetti è l’osservazione che Antonio da Sangallo e Palladio, eccezionalmente, si allontanarono molto dal modello diffuso nel Rinascimento, mentre idearono gli altri ordini architettonici in modo sostanzialmente conforme alla norma del tempo. L’ordine tuscanico è un caso speciale, in quanto Vitruvio non lo descrive del tutto come gli ordini greci e perché tra le rovine antiche non esistevano esempi che fossero generalmente identificati come tuscanici. La configurazione dell’ordine tuscanico comune nel Rinascimento, pubblicata da Serlio, è parzialmente arbitraria, sebbene allora – e fino a molto più tardi – fosse accettata come rappresentazione del testo vitruviano. Antonio e Palladio, dal canto loro, erano alla ricerca di edifici antichi che, in base a Vitruvio e a considerazioni aggiuntive, potessero essere considerati etruschi. Li trovarono nel cosiddetto tempio di Ercole a Cori e nell’arena di Verona. La ragione decisiva per tale scelta apparentemente non risiedeva nei dettagli ma nell’articolazione complessiva dei due edifici. Un’articolazione che rispetto agli standard del tempo dava l’impressione di essere primitiva, arcaica: la loro deviazione dalle norme estetiche dell’epoca fu presa come un segno dell’appartenenza a un tempo remoto, quando l’architettura non aveva ancora raggiunto le proprie forme canoniche. Le due configurazioni dell’ordine tuscanico identificate da Antonio e da Palladio non erano adatte alla pratica edilizia rinascimentale a causa della loro presunta primitività e, al contrario dell’ordine tuscanico di Serlio, non furono utilizzate. Pertanto, esse sono più importanti per le origini dell’archeologia che per l’architettura costruita del Rinascimento.