Il libro del cuore

Christof Thoenes

Bibliotheca Hertziana - Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte, Roma. È membro del consiglio scientifico del Centro dal 1985.

I miei „Libri del Cuore“: Werner Gross, Die abendländische Architektur um 1300 (Stuttgart 1948); Hans Rose, Spätbarock (München 1922); Carlo Giulio Argan, Walter Gropius e la Bauhaus (Torino 1951); Edmund De Waal, The hare with amber eyes (London 2009, versione tedesca Vienna 2011)

Non è giusto pretendere da uno studioso come me, classe 1928 e dal curriculum tanto disordinato, un unico “Libro del cuore”. Infatti ne ho avuti parecchi, fra loro differenti se non contrastanti. Tornato dalla prigionia della guerra sovietica nella mia cittadina natale vicino a Dresda, vissi la mia “ora zero” nell’autunno 1945. Allora la scelta di Georg Lukasc come mentore andava contro certi residui nazi-fascisti che mi procurarono sempre scompiglio. Con il suo marxismo esplicito ma non ortodosso, il grande interprete della letteratura tedesca, da Goethe a Thomas Mann, mi indicava un nuovo modo di ragionare, senza limitare l’orizzonte del pensiero.

Così cominciai a leggere i testi scientifici e filosofici cui riuscivo ad accedere, da Descartes e Spinoza fino a Freud, Heidegger, Jaspers e la “Scuola di Francoforte”. L’opportunità di entrare nel mondo accademico mi si offrì con l’apertura della Freie Universität, l’Università Libera di Berlino-Ovest. Impegnai il semestre 1948/49 in vari studi, finché decisi di dedicarmi alla storia dell’arte. Oggi penso che in quel momento, se mi avessero chiesto di scegliere un “Libro del cuore”, avrei proposto due titoli complementari: Werner Gross, Die abendländische Architektur um 1300 (Stuttgart 1948) e Hans Rose, Spätbarock (München 1922).

Il primo m’impressionava in quanto Gross, sulle orme degli studi sulla pittura occidentale di Theodor Hetzer, era riuscito a dimostrare tutta la problematicità dell’architettura medievale descrivendone solamente l’aspetto formale; Rose invece insegnava come “ri-storicizzare” il formalismo del suo maestro Wölfflin. Ma il mio intento di adoperare criteri analoghi per l’epoca rinascimentale-barocca si mostrò poco fecondo, perché in questo caso si trattava di un linguaggio architettonico non originario, bensì basato sul principio d’imitazione. Capito questo, vidi una nuova strada da percorrere: la differenza fra il modello e il risultato dell’atto imitativo era riferibile a quella fra sovra- e sottostruttura nella storiografia materialista. Ancora incerto dell’obiettivo finale, tentai così di escogitare qualcosa come una teoria alternativa dell’architettura moderna.

Era tempo per un nuovo “Libro del cuore”. Stranamente o no, sfogliando i miei ricordi m’imbatto in un testo italiano che allora mi si presentò come esemplare: Carlo Giulio Argan, Walter Gropius e la Bauhaus (Torino 1951). L’interazione fra idee architettoniche e conflitti socio-politici in una determinata situazione storica – qui quella della Repubblica di Weimar – non poteva essere dimostrata in modo più conciso. Anche negli anni seguenti furono prevalentemente autori italiani – ricordo Eugenio Battisti, Manfredo Tafuri, Romeo De Maio – a indicarmi come contestualizzare la storia dell’architettura in quella della società moderna.

Da uno o due decenni le condizioni del nostro lavoro stanno mutando. Potrebbe sorprendere che nell’ultimo mio “Libro del cuore”, Edmund De Waal, The hare with amber eyes (London 2009, versione tedesca Vienna 2011), l’arte figura soltanto a margine. Le vicende della famiglia greco-armena Ephrussi e del suo patrimonio spirituale e materiale offrono a De Waal la cornice per raccontare gli ultimi 150 anni di storia europea. Ma quel che appare un sereno sguardo retrospettivo, basato su una memoria coerente e indisturbata, a tratti si spezza per dar luogo ad attimi di paura e di terrore, catastrofi, distruzione, sterminio. In tutti questi disastri, però, rimane miracolosamente intatta una collezione di figurine giapponesi Netsuke (“carezza-mano”), le quali, per la loro pura presenza fisica, smentiscono la presunta incontaminatezza del ricordo umano. Vengono calibrate così le nostre nozioni del presente e del passato, pensiero e tatto, memoria mentale e corporea. La storia si svolge a Parigi, Vienna, Odessa, Tokyo, Londra, anche a San Pietroburgo, Francoforte e New York, non a Roma né a Venezia. Ritengo che libri come questo possano aiutarci ad affrontare le sfide del mondo a venire. Senza obliare quello che ci fu caro.

Christof Thoenes