Il libro del cuore

Susanna Pasquali

Università La Sapienza, Roma. È membro del consiglio scientifico del Centro dal 2012.

Francis Haskell, Patrons and Painters. A Study in the Relations Between Italian Art and Society in the Age of the Baroque, Chatto & Windus, London 1963

Il libro chiave di me a diciotto anni è Patrons and painters di Francis Haskell, la prima edizione del 1963. Queste le circostanze per cui questo volume, cadutomi per caso in mano, ha avuto un ruolo importante nella mia formazione.
Era il 1972 ed ero da poco andata a Firenze, in occasione della mostra 'Firenze restaura': avevo osservato, in compagnia di molti altri visitatori, le tante opere finalmente riparate dai danni dell'alluvione del 1966. Ma era, per me, anche la prima volta che le vedevo in assoluto; osservavo quindi dal vero, in un ambiente collettivamente emozionato, ciò che avevo sino allora conosciuto solo attraverso i libri. Per la Pietà Bandini, che credo fosse mostrata di nuovo al pubblico proprio in quell'occasione, mi ricordo di avere fatto una lunga fila, probabilmente dentro Santa Maria del Fiore. Un tempo infinito di attesa, in cui mi immaginavo il momento in cui avrei potuto provare un'emozione ancora più forte, di fronte al capolavoro. Avvicinatomi però il mio turno, cominciai a preoccuparmi: e se non avessi provato niente? E se quanto mi aveva esaltato leggendo non fossi riuscita a coglierlo nell'attimo a me riservato? Arrivata infine davanti alla Pietà, mi scoprii del tutto priva di sentimenti; osservavo il marmo e, con altrettanto interesse, gli altri spettatori accanto a me. Iniziai quindi a domandarmi allora se non c'era piuttosto da indagare anche su che cosa stavamo facendo, tutti quanti assieme, in quel luogo.

All'epoca avevo l'abitudine di prendere in prestito i libri in inglese nella sede del British Council di Roma: tutto ciò che casualmente attirava il mio interesse me lo portavo a casa per quindici giorni. Tra tutti, fu il libro di Haskell ad offrirmi un terreno su cui costruire qualcosa del tutto diverso dalla formazione, effettiva e percepita, che avevo fino allora assorbito in Italia: tre sono i temi, che oggi riconosco con una lucidità che allora non avevo. La relatività del gusto era l'argomento più rivoluzionario: cresciuta fino allora in un mondo ove c'era l'opera d'arte e, affinché questa esistesse, c'era un esegeta (maschio) che la interpretava, ne scriveva e, nelle casuali conferenze da me allora frequentate, era in grado di raccontarla con parole straordinarie e grande sfoggio di emozioni, lo scoprire che in epoche diverse queste opere potevano essere state collezionate, e quindi apprezzate in modo diverso, era confortante: la mia mancanza di sentimenti davanti a Michelangelo, non mi dannava. Il secondo argomento, capace anch'esso di minare positivamente quanto avevo dato fino allora per scontato, era nella dichiarazione di Haskell: "I have also fought shy of generalisations and I have tried to be severely empirical"(Preface 1963). Il testo era sì in inglese, ma a causa del suo scansare ogni teoria, quanto era più chiaro nell'argomentare dei nostri maestri italiani! La seconda dannazione che mi sentivo addosso - leggere e rileggere le grandi esegesi, senza mai essere sicuri di avere capito - si liquefaceva: esistevano altri modi di trasmettere le conoscenze. Attraverso questo libro, e cercandone altri simili, ci si poteva quindi costruire da soli un percorso alternativo. Infine, io ho sempre trovato, allora e ad ogni lettura successiva, del tutto travolgente il passaggio, nel libro, tra la prima parte ('Rome') e la seconda ('Dispersal'): tra la narrazione incentrata capitale del Barocco e, i capitoli della seconda metà del volume, ove a detta dello stesso autore egli insegue tutte le strade. Il risultato è anomalo ("When planning the last section I was worried because the final chapters became shorterand shorter and followed each other in quick succession before petering out altogether", Preface, 1963) ma il divertimento del lettore è assicurato.
Con il senno di oggi, mi rendo conto che i primi anni '70 in Italia erano molto più vitali di quanto allora me li figurassi. Ero tuttavia ancora al liceo; salvo i libri in inglese che si pensava servissero a migliorare la conoscenza della lingua, potevo accedere a poco, oltre ai testi scolastici; dipendevo soprattutto ancora dal mondo dei genitori e dei loro coetanei, ove il pensiero di Croce aveva ancora largamente corso. Di lì a poco, gli studi universitari avrebbero aperto altri orizzonti.

Susanna Pasquali