Genealogie / Genealogies

Canadian Centre for Architecture, Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio
a cura di Guido Beltramini e Giovanna Borasi
Vicenza, palazzo Barbarano. 5 ottobre 2012 - 31 marzo 2013; prorogata fino all'8 settembre 2013

Genealogie / Genealogies, la prima mostra temporanea ad essere ospitata nel Palladio Museum, è realizzata in collaborazione con il Canadian Centre for Architecture di Montreal dai cui archivi è emersa una campagna fotografica realizzata nel secolo scorso fra Africa e America del Nord dal grande fotografo Max Belcher. Essa racconta il palladianesimo inconsapevole degli schiavi neri liberati dalle piantagioni della Virginia che, rimandati in Africa dai filantropi, ricostruirono in legno e lamiere le ville neo-palladiane dei propri padroni. Un viaggio nel tempo pensando che Vitruvio pone la capanna primitiva a modello della forma del tempio in pietra, il cui frontone triangolare divenne la caratteristica delle ville palladiane, ritornate capanne templari nel doppio attraversamento dell'Atlantico.

Fra il 1816 al 1847 diverse organizzazioni nordamericane favorirono l’emigrazione di neri americani liberi, o liberati a patto che lasciassero gli Stati Uniti, verso la Liberia. Diciassettemila coloni (afro)americani vi fondarono nuovi insediamenti.

I nuovi arrivati tentarono di influenzare le popolazioni indigene. Essi riproposero almeno in parte i modi insediativi delle comunità americane: organizzazione sociale, pratiche di sepoltura, toponomastica. Ma fu soprattutto l'architettura a diventare un modo per imporre il proprio dominio culturale sulle comunità locali.

Gli afroamericani rifiutarono la tipologia a pianta circolare delle case degli indigeni e riprodussero le case a pianta rettangolare, timpani, portici frontali e posteriori tipiche delle ville neopalladiane nelle piantagioni americane. Portarono in Africa la propria conoscenza/esperienza in fatto di costruzione edilizia, tecniche, materiali: all'inizio costruirono case in legno, poi chi poteva permetterselo impiegò mattoni e pietra sia per questioni di status che di maggiore resistenza alle condizioni climatiche locali.

Il lavoro di Max Belcher racconta questa storia di migrazioni di idee e architetture fra una sponda e l'altra dell'Atlantico. Esponente di spicco dalla “scuola” di fotografi documentaristi d’architettura che va da Maxine Du Camp e Charles Marville e si estende fino a Walker Evans e Aaron Siskind, Belcher lavorò in Liberia fra il 1977 e 1978 focalizzandosi sulla comunità di Arthington, dove si insediarono emigranti provenienti dal North Carolina, South Carolina e Georgia. Alle immagini delle case africane affiancò quelle dei "modelli" nordamericani americani.

Nella Roma antica Vitruvio indicava la capanna di legno a modello del tempio in pietra. Il frontone triangolare di un tempio fu posto da Lorenzo il Magnifico e da Giuliano da Sangallo a coronare la villa di Poggio a Caiano nella Toscana nel Quattrocento. Cinquant'anni più tardi divenne la caratteristica delle ville di Andrea Palladio nel Veneto. Nel Seicento la villa palladiana migrò nelle campagne inglesi per attraversare l'Atlantico e trasformarsi nelle plantation houses di "Via col vento".