Palazzo Antonini

Udine
Progetto
1556 ca.
Costruzione
1556 - 1595
Stato di realizzazione
Trasformato
Indirizzo
Via Gemona, 1/3, Udine
Artisti
  • Palladio, Andrea
Committenti
  • Antonini, Floriano
Tipologia
  • Abitazioni/Palazzi
L’inizio della costruzione di palazzo Antonini viene fatta tradizionalmente risalire al 1556, in concomitanza con la costruzione dell’arco Bollani. Il committente è Floriano Antonini, giovane e ambizioso esponente di una delle famiglie più in vista dell’aristocrazia udinese che, desideroso di riscoprire una tradizione erudita, fece coniare una medaglia di fondazione del palazzo, probabilmente per dimostrare che il gusto sofisticato non era patrimonio esclusivo dei circoli aristocratici della capitale. Nel 1559 il palazzo è già parzialmente abitabile, ma nel 1563 il cantiere risulta ancora in attività. Nel secolo successivo almeno due campagne di lavori modificano pesantemente l’aspetto dell’edificio, arrivando a sostituire tutte le finestre, tranne quella sulla destra della loggia nel prospetto posteriore, e le scale interne. Nel 1709 Martino Fischer realizza gli apparati decorativi, contribuendo a snaturare definitivamente gli interni palladiani. 
In sostanza, ciò che rimane del progetto palladiano sono la planimetria (a meno delle scale) e la volumetria generale dell’edificio, le logge anteriori e posteriori (di cui però non vennero realizzati i timpani) e gli elementi della “sala a quattro colonne”. 
Il progetto apre la sezione dei Quattro Libri dedicata ai palazzi di città, anche se, come già villa Pisani a Montagnana o la Cornaro a Piombino, palazzo Antonini è un edificio ambivalente, benché di segno opposto: è infatti un palazzo urbano con tipologia di villa suburbana. Del resto va considerato che sorgeva ai margini del centro urbano, in un’area aperta con giardini, come palazzo Chiericati o palazzo Civena.
Il disegno delle facciate è affascinante. In particolar modo quella sulla strada, con semicolonne ioniche ottenute da rocchi di pietra che preannunziano quelle di villa Sarego a Santa Sofia, costituisce una vera eccezione nella poetica palladiana. Per altro, una fitta trama di forature rende la loggia sulla strada una sorta di diaframma trasparente alla luce. L’intero edificio è come serrato da fasce continue di pietra, dal basamento delle semicolonne alla trabeazione, sino alla fascia corrispondente al fregio superiore dove si aprivano le piccole finestre senza cornice del granaio.